mercoledì 18 marzo 2009

Sì, i CEO dovrebbero usare Facebook e Twitter

I social network hanno raggiunto chiaramente un punto chiave. Siti come MySpace e Facebook vantano centinaia di milioni di membri. La vittoria di Barack Obama alle presidenziali dimostra che piattaforme come YouTube e Twitter possono trasformare le elezioni politiche. Eppure in aziende dove questi strumenti hanno portato profonde trasformazioni c’è una forte resistenza al cambiamento.

Molti dirigenti evitano i social network ritenendoli una perdita di tempo o li considerano un problema di risk management. Molte delle loro paure sono basate sui rischi potenziali riguardo alla privacy e alla violazione della sicurezza dei dati personali.
Gli evangelisti del web 2.0, d’altra parte, discutono su come i software social possano essere utilizzati per far aumentare la produttività. Dicono che possa facilitare la cultura aziendale aperta che valori la trasparenza, la collaborazione e l’innovazione. Più importante, può essere un modo efficace per costruire un’organizzazione basata sul cliente che non solo comunica con esso in maniera autentica, ma che ascolta il cliente e apprende dall’interazione con esso.

Nell’attuale tempesta dell’economia e poiché le aziende stanno cercando nuove vie per commercializzare i propri prodotti e fidelizzare i propri clienti, i direttori generali stanno sempre più guardando agli strumenti offerti dai social network per estendere i loro brand, creare cultura aziendale basata sull’ascolto e l’apprendimento, e stabilire i propri profili di leadership.

Ciò nonostante, i grandi marchi, parlando in generale, non hanno sfruttato in maniera proficua il potenziale dei social media; tendono piuttosto a considerare le piattaforme 2.0 come qualsiasi altra via per spingere delle campagne di marketing sul breve periodo. Non capiscono che i nuovi media richiedono nuove metodologie per fare business. Bisogna scrollarsi di dosso i vecchi metodi.

Un esempio di grande successo del brand in tempi di Web 2.0 è la campagna video su YouTube di Blendtec, “Will It Blend?”. Le serie di video mostrano come il CEO di Blendtec, Tom Dickson, cerchi comicamente di frullare ogni sorta di oggetto con uno degli elettrodomestici della sua compagnia. Grazie all’effetto virale delle serie, le vendite dei frullatori dell’azienda è quintuplicato.

I video Blendtec virtualmente non sono costati nulla per essere prodotti e distribuiti, ma non è certo che le molto più costose pubblicità in TV avrebbero permesso di raggiungere gli stessi risultati. Questo spiega perché i CEO con un occhio di riguardo alla pubblicità stanno sfuggendo il vecchio approccio ai vecchi mass-media di un Donald Trump o di un Richard Branson, per incrementare invece l’uso di video e podcast per ampliare i loro brand.

Questo articolo è una traduzione dell’originale inglese pubblicato da Matthew Fraser e Soumitra Dutta sulla versione online di Forbes.

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giovedì 12 marzo 2009

La vita è tutta un social... e Google si adegua

Forse sono tra i pochi che ancora non se n'erano accorti, in ogni caso un blog serve anche a informare, o meglio condividere informazioni, quindi vi riporto quanto ho appena scoperto per pura casualità.

Facendo contemporaneamente delle ricerche su google.com e google.it mi sono accorto che la versione inglese riporta a fianco di ogni singolo risultato delle SERP due piccoli tasti e, di fianco alla URL per esteso del sito, un'icona a forma di nuvoletta.



Rispettivamente corrispondono a tre tasti-azione: "promote", "remove" e "comment", un po' come nei social nei quali è consentito votare e commentare un articolo o un intero sito, tipo OKNotizie, Stumble Upon, ecc. recentemente anche Facebook ha introdotto qualcosa di simile, dando la possibilità di dare il proprio consenso o disappunto a qualsiasi elemento pubblicato. Sembra si stia definendo uno standard, nel quale gli utenti sono sempre più chiamati in causa per stabilire successo o insuccesso di un sito, provando forse a riconquistare più credibilità anche nei risulatti delle SERP, tagliando rami secchi e risultati di bassa qualità (o di bassa popolarità...). Il rischio è appunto che la discriminante diventi il parere delle masse di utenti. Sarà democratico forse, ma rischia di far fuori anche contenuti di qualità, ma che vari motivi restano dei tesori nascosti, che in questo modo potrebbe diventare sempre più difficile trovare.

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martedì 3 marzo 2009

Almeno la Wii me la compri papà?

Notizia di oggi sulla versione online di Repubblica: “Apple bandita da casa Gates. Niente iPod e iPhone ai figli”, che riprende un’intervista alla moglie del magnate americano, filantropo, autore e uomo più ricco del mondo, nonché presidente del consiglio di amministrazione di Microsoft (traduco dalla versione inglese di Wikipedia, ben più attenta alla definizione rispetto alla versione italiana, che definisce Bill Gates come imprenditore e informatico statunitense), Mr. Bill Gates.

Ironia della sorte! I tre figli di Bill Gates, riporta Repubblica, pur avendo avuto la fortuna (dicono loro) di avere come padre l’uomo più ricco del mondo non possono possedere né un iPod, né tanto meno un iPhone, due degli oggetti più desiderati (sempre secondo Repubblica) dai giovani. A conferma di questo, l’articolo cita anche dei dati di vendita che aiutano a dipingere un quadro della situazione ancora più tragicomico, perché pare che i figli di Bill debbano accontentarsi di unirsi ai due milioni di utenti nel mondo che utilizzano Microsoft Zune (contro i 200 milioni che invece ascoltano musica con un iPod): come dire, di nuovo questi poveri bambini si sentiranno ghettizzati, una minoranza fortunata (di usare Zune o di non dover lavorare neanche un giorno nella vita?) che guarda il resto del mondo con un misto di curiosità e paura. O diventeranno dei marchesi del Grillo, oziosi e strafottenti?



Dei tre figli di Bill Gates, la maggiore non ha ancora compiuto 13 anni, mentre gli altri due hanno appena 9 e 6 anni… gliene importerà davvero dell’iPod? Magari vogliono una Wii e sono costretti a giocare con l’Xbox…

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