lunedì 6 aprile 2009

Killer content: quando parole le fanno la differenza

Soltanto una piccola percentuale dei contenuti presenti sul web fa davvero la differenza. Permette di realizzare vendite, fornisce un servizio agli utenti e aiuta a costruire e consolidare il brand. Questo è quello che in inglese si definisce come un autentico “killer content”. Probabilmente questo tipo di contenuto rappresenta meno del 10% di quello presente in rete, perché ammettiamolo, la maggior parte dei contenuti sono di pochissima utilità.

Fino a non molto tempo fa non si è posta una grande importanza verso i contenuti, che di fatto hanno rappresentano un prezioso elemento da molti sottovalutato. Nei suoi primi anni di vita, il web era soprattutto una faccenda per tecnici, per poi diventare solo in un secondo momento uno strumento per tutti o quasi. E con l’apertura verso una utenza non necessariamente tecnica i contenuti hanno assunto un’importanza fondamentale per il successo di un sito web. Sono i contenuti, le informazioni che essi forniscono, ad alimentare la rete stessa. Nonostante questo, a lungo e in molti casi ancora oggi, i contenuti non vengono trattati come quella preziosa risorsa che effettivamente sono, ma spesso vengono trascurati o semplicemente “copia-incollati” da altri siti, e più in generale alla scrittura non viene dedicato il tempo necessario per poter fornire quel tipo di contenuti che permette di differenziarsi dalla massa.

Riuscire a trovare del “killer content” in rete non sempre è facile, crearlo probabilmente è ancora più difficile. Eppure l’epoca nella quale viviamo è quella che forse maggiormente rispetto ad altre può essere definita come l’era della comunicazione, e non soltanto per l’impatto globale che ha avuto internet nelle vite di milioni di persone nel mondo. Dall’email agli sms, dai siti ai blog, passando poi per i social network e per le chat: la parola d’ordine è comunicazione. Per questo motivo è importante che i contenuti che generiamo in rete siano il più possibile “killer”, altrimenti non avranno quasi nessuna possibilità di emergere tra le centinaia (migliaia probabilmente) di altre pagine che trattano temi simili o affini.

Quindici anni fa nessuno o quasi, occupandosi di lanciare un sito web, si sarebbe occupato troppo dell’aspetto dei contenuti, che avrebbe rivestito un piano secondario alle spalle dell’aspetto dominante di internet, quello tecnologico. Ma siamo nel 2009 e ore tutto è molto diverso. Mai come adesso il “killer content” è stato messo alla base del successo di un sito o di un blog, per questo risulta ancora più importante fornire contenuti originali, utili e possibilmente ben scritti, che rispettino i tempi di lettura sul web e che siano pensati in modo tale da soddisfare le esigenze di chi legge, ma anche dei motori di ricerca, con testi seo friendly ma che al tempo stesso forniscano un servizio e siano interessanti per gli utenti.

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venerdì 3 aprile 2009

Headline che ipnotizzano. Qualche consiglio che i sassi non sanno

Nelle pubblicazioni online, così come del resto in quelle offline, la headline è estremamente importante, probabilmente nel 90% dei casi è la ragione per cui qualcuno leggerà quello che hai scritto.

Niente di nuovo direi, ormai anche i sassi che navigano in rete lo sanno direte voi, e forse scorrerete qualche altra riga molto rapidamente e se non troverete nulla di interessante avrete già salutato il mio blog. Questo per dire che la headline è fondamentale, certo, e funziona un po’ come uno specchietto, ma è importante che sia il preludio ad un articolo che, soprattutto nelle prime righe, sia accattivante e incuriosisca chi legge. E poi, di nuovo, anche i sassi sanno che “content is king”.

Per quale motivo una headline è così importante è abbastanza ovvio, ma quello che è fondamentale per chi scrive è convincere il lettore che oltre quella headline c’è qualcosa per cui vale la pena investire qualche minuto del proprio tempo, scegliendo il tuo articolo tra diecimila altri che parlano dello stesso tema. Immaginate un sito di news: come potrebbe competere con gli altri siti del settore se le sue headline fossero scialbe e prive di qualsiasi attrattiva? In realtà accade esattamente lo stesso con qualsiasi nicchia di blog, per questo è di vitale importanza scrivere una headline che sappia conquistare l’attenzione di chi legge, e far seguire a questo titolo un primo paragrafo che coinvolga nella lettura.

Osa! Sii creativo, ispira interrogativi, incuriosisci il lettore. Divertilo, crea uno stile personale e soprattutto dedica alla headline dei tuoi articoli il tempo che merita. Puoi aver scritto un post o un articolo fantastico, ma se poi i tuoi lettori lo ignorano proprio a causa della headline anonima, il tuo lavoro è andato perso o quasi. Diciamo che per lo meno non hai sfruttato a pieno le potenzialità di quanto scritto.

C’è chi scrive prima l’headline e poi l’articolo, chi fa il contrario, chi abbozza qualche linea o un titolo provvisorio per poi rimetterci mano. Non importa quale sia il metodo che usi, però un consiglio per te ce l’ho: quando scrivi la tua headline leggila ad alta voce. È qualcosa alla quale non siamo abituati ed è inoltre un ottimo strumento per effettuare una valutazione immediata della bontà della nostra headline. Se la tua headline non funziona te ne accorgerai subito, “suonerà” strana alle tue orecchie. Ricordati, sei il primo lettore di quello che scrivi!

Un altro buon consiglio, per lo meno efficace per quanto mi riguarda, è quello di non aver paura di buttare giù qualche frase. È una banalità pazzesca, ma niente come questo ti può aiutare a trovare la dimensione giusta per la tua headline. Lei è lì, da qualche parte nella tua testa, ma non vuole venire fuori: scovala tu mettendo nero su bianco qualche frase, vedrai che con un po’ di applicazione e tempo ti stupirai di aver scritto la headline perfetta!

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mercoledì 18 marzo 2009

Sì, i CEO dovrebbero usare Facebook e Twitter

I social network hanno raggiunto chiaramente un punto chiave. Siti come MySpace e Facebook vantano centinaia di milioni di membri. La vittoria di Barack Obama alle presidenziali dimostra che piattaforme come YouTube e Twitter possono trasformare le elezioni politiche. Eppure in aziende dove questi strumenti hanno portato profonde trasformazioni c’è una forte resistenza al cambiamento.

Molti dirigenti evitano i social network ritenendoli una perdita di tempo o li considerano un problema di risk management. Molte delle loro paure sono basate sui rischi potenziali riguardo alla privacy e alla violazione della sicurezza dei dati personali.
Gli evangelisti del web 2.0, d’altra parte, discutono su come i software social possano essere utilizzati per far aumentare la produttività. Dicono che possa facilitare la cultura aziendale aperta che valori la trasparenza, la collaborazione e l’innovazione. Più importante, può essere un modo efficace per costruire un’organizzazione basata sul cliente che non solo comunica con esso in maniera autentica, ma che ascolta il cliente e apprende dall’interazione con esso.

Nell’attuale tempesta dell’economia e poiché le aziende stanno cercando nuove vie per commercializzare i propri prodotti e fidelizzare i propri clienti, i direttori generali stanno sempre più guardando agli strumenti offerti dai social network per estendere i loro brand, creare cultura aziendale basata sull’ascolto e l’apprendimento, e stabilire i propri profili di leadership.

Ciò nonostante, i grandi marchi, parlando in generale, non hanno sfruttato in maniera proficua il potenziale dei social media; tendono piuttosto a considerare le piattaforme 2.0 come qualsiasi altra via per spingere delle campagne di marketing sul breve periodo. Non capiscono che i nuovi media richiedono nuove metodologie per fare business. Bisogna scrollarsi di dosso i vecchi metodi.

Un esempio di grande successo del brand in tempi di Web 2.0 è la campagna video su YouTube di Blendtec, “Will It Blend?”. Le serie di video mostrano come il CEO di Blendtec, Tom Dickson, cerchi comicamente di frullare ogni sorta di oggetto con uno degli elettrodomestici della sua compagnia. Grazie all’effetto virale delle serie, le vendite dei frullatori dell’azienda è quintuplicato.

I video Blendtec virtualmente non sono costati nulla per essere prodotti e distribuiti, ma non è certo che le molto più costose pubblicità in TV avrebbero permesso di raggiungere gli stessi risultati. Questo spiega perché i CEO con un occhio di riguardo alla pubblicità stanno sfuggendo il vecchio approccio ai vecchi mass-media di un Donald Trump o di un Richard Branson, per incrementare invece l’uso di video e podcast per ampliare i loro brand.

Questo articolo è una traduzione dell’originale inglese pubblicato da Matthew Fraser e Soumitra Dutta sulla versione online di Forbes.

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giovedì 12 marzo 2009

La vita è tutta un social... e Google si adegua

Forse sono tra i pochi che ancora non se n'erano accorti, in ogni caso un blog serve anche a informare, o meglio condividere informazioni, quindi vi riporto quanto ho appena scoperto per pura casualità.

Facendo contemporaneamente delle ricerche su google.com e google.it mi sono accorto che la versione inglese riporta a fianco di ogni singolo risultato delle SERP due piccoli tasti e, di fianco alla URL per esteso del sito, un'icona a forma di nuvoletta.



Rispettivamente corrispondono a tre tasti-azione: "promote", "remove" e "comment", un po' come nei social nei quali è consentito votare e commentare un articolo o un intero sito, tipo OKNotizie, Stumble Upon, ecc. recentemente anche Facebook ha introdotto qualcosa di simile, dando la possibilità di dare il proprio consenso o disappunto a qualsiasi elemento pubblicato. Sembra si stia definendo uno standard, nel quale gli utenti sono sempre più chiamati in causa per stabilire successo o insuccesso di un sito, provando forse a riconquistare più credibilità anche nei risulatti delle SERP, tagliando rami secchi e risultati di bassa qualità (o di bassa popolarità...). Il rischio è appunto che la discriminante diventi il parere delle masse di utenti. Sarà democratico forse, ma rischia di far fuori anche contenuti di qualità, ma che vari motivi restano dei tesori nascosti, che in questo modo potrebbe diventare sempre più difficile trovare.

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martedì 3 marzo 2009

Almeno la Wii me la compri papà?

Notizia di oggi sulla versione online di Repubblica: “Apple bandita da casa Gates. Niente iPod e iPhone ai figli”, che riprende un’intervista alla moglie del magnate americano, filantropo, autore e uomo più ricco del mondo, nonché presidente del consiglio di amministrazione di Microsoft (traduco dalla versione inglese di Wikipedia, ben più attenta alla definizione rispetto alla versione italiana, che definisce Bill Gates come imprenditore e informatico statunitense), Mr. Bill Gates.

Ironia della sorte! I tre figli di Bill Gates, riporta Repubblica, pur avendo avuto la fortuna (dicono loro) di avere come padre l’uomo più ricco del mondo non possono possedere né un iPod, né tanto meno un iPhone, due degli oggetti più desiderati (sempre secondo Repubblica) dai giovani. A conferma di questo, l’articolo cita anche dei dati di vendita che aiutano a dipingere un quadro della situazione ancora più tragicomico, perché pare che i figli di Bill debbano accontentarsi di unirsi ai due milioni di utenti nel mondo che utilizzano Microsoft Zune (contro i 200 milioni che invece ascoltano musica con un iPod): come dire, di nuovo questi poveri bambini si sentiranno ghettizzati, una minoranza fortunata (di usare Zune o di non dover lavorare neanche un giorno nella vita?) che guarda il resto del mondo con un misto di curiosità e paura. O diventeranno dei marchesi del Grillo, oziosi e strafottenti?



Dei tre figli di Bill Gates, la maggiore non ha ancora compiuto 13 anni, mentre gli altri due hanno appena 9 e 6 anni… gliene importerà davvero dell’iPod? Magari vogliono una Wii e sono costretti a giocare con l’Xbox…

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venerdì 27 febbraio 2009

Operazione restauro: nuova icona feed RSS!

Come già anticipato nel post precedente, ultimamente ho eseguito qualche modifica grafica al blog. Oggi vi spiego come ho cambiato l’icona per iscriversi al feed RSS.

Parto subito tranquillizzandovi, come per l’aggiunta del tasto “mi trovi su Facebook”, anche questa operazione è di una semplicità disarmante. In realtà i modi per poter realizzare questa modifica sono più di uno: per i più pigri Feed Icon offre un semplice servizio che da la possibilità di inserire un’icona in tre semplici passi, generando un codice che poi andrà incollato nel vostro sito/blog.

Ma questo non è il metodo che ho scelto io! ☺ Quello che invece vi spiegherò nel dettaglio è leggermente più complicato, o forse sarebbe meglio dire leggermente meno semplice, perché comunque si tratta di un’operazione davvero elementare. Ma se come me vi trovate improvvisamente con del tempo a disposizione per poter fare qualche esperimento sul vostro blog credo sia sempre meglio poter pasticciare un po’, ci si sporca le mani ma si impara qualcosa.

Ecco dunque come cambiare a vostro piacimento l’icona del vostro feed.

1) per prima cosa bisogna cercare un’immagine che ci piaccia. Dove trovarla? Niente di più semplice: provate a digitare “feed icon” su Google e avrete a vostra disposizione molti siti che offrono decine se non centinaia di immagini tra cui sceglierete la vostra nuova icona per sottoscrivere i feed.

2) trovata l’immagine che preferite, copiatela sul vostro desktop (o dove preferite, ovviamente).

3) ora invece dovrete creare un luogo accogliente e pieno di comodità in cui la vostra immagine appena scaricata possa vivere in pace e serenità con il resto dell’universo e le altre parti di codice, in un Eden web 2.0. Io ho scelto una soluzione pratica e indolore (cioè gratis), come sempre powered by Google: con Google Sites ho “creato” un sito (in realtà vi basterà dargli un nome) che uso come ripostiglio per casi come questo, e ho fatto l’upload dell’immagine.

4) il quarto passo è complicato, prestate attenzione: tasto destro sull’immagine e copiatene l’indirizzo. Tutto qui, ehehe. ☺

5) ora non vi resta eseguire il log in nel vostro account su Blogger e dalla finestra “layout” del vostro blog andate su “aggiungi un gadget”, scegliete “HTML/Java Script” e incollate il seguente codice:



Ricordatevi ovviamente di sostituire “indirizzo del vostro feed” con (indovinate?) l’indirizzo reale del vostro feed (sarà qualcosa come “http://feeds.blablabla.com/nomesito” ) e “testo” con il testo che vorrete associare all’immagine per esortare i vostri lettori a sottoscrivere il feed.


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Fatevi trovare su Facebook, dal vostro blog!

Recentemente ho avuto finalmente un po’ di tempo per dedicarmi al mio blog e anche se i post continuano a latitare, ho per lo meno apportato qualche modifica al layout, che forse qualcuno avrà notato. Non si tratta di cambiamenti drastici, ma soltanto di due piccole aggiunte grafiche, la cui implementazione forse interesserà qualcuno. In definitiva ho aggiunto il pulsante “mi trovi su Facebook” e ho cambiato l’immagine che accompagna il link per iscriversi feed RSS.

Oggi vi spiegherò dunque come implementare questa funzione sul vostro blog Blogger in maniera davvero semplice. Facciamo quattro passi insieme…

1) come prima cosa dovrete ovviamente creare un account su Facebook. Niente di più semplice, basta appunto andare alla home di Facebook e registrarsi. Creato un account e stabilita una password possiamo già passare al punto successivo.

2) una volta effettuato l’accesso alla vostra pagina personale su Facebook dirigetevi sul vostro nome utente, in alto a destra, e con il tasto destro del mouse copiate il link ad esso associato.

3) a questo punto utilizzeremo il link appena estratto per modificare la seguente stringa di codice:



sostituendo a qui il tuo link facebook il link suddetto.

4) ok, manca solo un passo, semplicissimi come i precedenti. Dal menù del vostro blog andate su “Layout” e cliccando su “aggiungi un gadget”, scegliete “HTML/Java Script”. A questo punto non vi resta che incollare il codice modificato con il link al votro profilo Facebook e il gioco è fatto

Quello che otterrete è in tutto e per tutto simile a quel bel bottone che potete trovare sulla colonna di destra del mio blog, appena sopra il link per sottoscrivere il feed.

L’operazione da compiere è così semplice che non ci sono scuse, se ritenete questa possibilità utile, per non realizzare questa semplice modifica al vostro blog. Se poi sarete abili nella gestione del vostro profilo nel social network di Mark Zucherberg questo bottone potrebbe fare la vostra fortuna, o per lo meno portarvi qualche visita in più. Nel peggiore dei casi avrete deturpato (o adornato, a seconda dei punti di vista) il vostro blog con qualcosa che… potrete eliminare in qualsiasi momento!

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giovedì 12 febbraio 2009

Max Biaggi: pilota, indovino o iettatore?

Il 5 di Febbraio il sito della Gazzetta dello Sport riportava dei brani di un’intervista rilasciata da Max Biaggi a Riders Italian Magazine, nella quale il centauro romano si lasciava andare anche ad un commento sulla decisione di Michael Schumacher di iniziare a competere anche nel motociclismo (cosa che peraltro l’ex campione di Ferrari e Benetton, già ha fatto sporadicamente da quando ha abbandonato la Formula 1 nel 2006), nel campionato Superbike tedesco. Cos’ha detto il buon Max? Testualmente: “Schumacher corre in moto? Fatti suoi. Se ha voglia di rompersi le corna a 40 anni faccia pure. La moto è un hobby pericoloso per chi non c’è mai andato”. Non passa nemmeno una settimana che ieri, sempre il sito della Gazzetta, riprende una notizia apparsa sul sito della versione ondine di Marca, quotidiano sportivo spagnolo. Gran spavento per Michael Schumacher, vittima di un incidente sul circuito di Cartagena mentre prova una Honda 1000 CBR. Gran spavento e trasporto in ospedale, più per precauzione che per altro, si saprà poi, ma le prime voci parlavano di forte contusione, frattura di due costole e addirittura di trauma cranico con perdita della conoscenza. È lo stesso campione tedesco a smentire, affermando di stare bene e di essersi recato in ospedale sono per eseguire degli accertamenti.

Ecco le immagini dei due titoli:



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martedì 3 febbraio 2009

La solitudine del freelance

Freelance non si nasce, lo si diventa. O forse si è freelance “in potenza”, nel senso aristotelico del termine, quasi senza saperlo, come la pietra non sa di essere “potenzialmente” una scultura. Il percorso di ognuno è differente, c’è chi si stanca della monotonia del proprio lavoro dipendente, chi il lavoro dipendente lo sogna e non lo trova e allora se ne “inventa” uno proprio, chi cerca maggior flessibilità nella gestione del proprio tempo, chi per gusto dell’avventura decide deliberatamente di voler vivere nell’incertezza economica, chi lo diventa perché scommette su sé stesso e sulla propria capacità di generare reddito, chi lo fa perché invece qualcuno gli ha detto che i freelance lavorano meno e guadagnano più degli altri… 

Ragioni più o meno nobili, considerazioni di carattere economico, necessità soggettive, sono molte le ragioni che possono far optare per la vita da freelance. Quasi nessuno però pensa prima ad un elemento non trascurabile nella vita del lavoratore autonomo, la solitudine. Sì, perché per quanto possa sembrare interessante (ed in effetti poi lo è, sotto moltissimi punti di vista) poter gestire il proprio tempo, lavorando magari da casa o addirittura in un bar con wi-fi, in biblioteca o mentre aspetti il tuo turno dal dottore (non è una questione di stacanovismo, ma di ottimizzazione del proprio tempo), c’è anche da considerare il non trascurabile aspetto che in fin dei conti, a lavorare, sei solo. 

Certo, clienti più o meno assillanti ti accompagneranno (anzi, a volte ti perseguiteranno) via Skype, messanger e email, non sarà certo questa la compagnia che ti mancherà, ma potresti sorprenderti un giorno, magari dopo dieci ore passate in solitario davanti al computer, a pensare che ti mancano i tuoi insopportabili colleghi d’ufficio! Il primo istinto sarà quello di chiamare qualcuno, magari per bere un caffé, ma nel 99% dei casi i tuoi amici saranno al lavoro per lo meno fino alle 18,30, per cui non ti resta che trovare soluzioni alternative. E se attaccare bottone all’avventore del tavolo di fianco al tuo non ti sembra una buona idea, puoi sempre appostarti dietro lo spioncino in attesa che la tua anziana vicina esca per fare la spesa e offrirti di accompagnarla, o chiamare tua madre e lasciare che il suo flusso di pensieri e parole ti sommerga (attenzione però agli indesiderabili effetti secondari che possono manifestarsi a seguito di una conversazione prolungata madre-figlio). 

Le soluzioni sono molteplici, ma ognuno in fin dei conti deve trovare la più adatta per combattere (o accettare) la propria solitudine del freelance. Nel mio caso, sopravvivendo discretamente all’assenza di esseri umani, ho sfruttato i vantaggi della mia condizione da lavoratore autonomo (e principalmente casalingo, i bar sono pieni di distrazioni, non solo di avventori che ti si siedono accanto) regalandomi la compagnia di un gatto, anzi la compagnia di una gatta che mentre lavoro non fa altro che dormire… así es la vida, amigos. ☺

Per la cronaca, ecco una foto di Circe, in uno dei tanti momenti stressanti della sua giornata...




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venerdì 16 gennaio 2009

Il tuo rubinetto del tempo perde?

Chi sceglie di lavorare come libero professionista, o freelance se preferite, si trova a dover fare i conti con diverse nuove realtà. Non parlo solo del fatto di doversi occupare delle proprie tasse e di tutte le questioni burocratiche di cui normalmente si occupa l’azienda per i propri lavoratori dipendenti, ma anche e soprattutto di come organizzare le proprie risorse, su tutte il tempo che si ha a disposizione.

Si dice che il tempo sia denaro, e questo risulta ancora più vero se effettivamente il tempo è la risorsa principale a tua disposizione per generare del reddito. L’immagine dell’impiegato da film di Fantozzi che si inventa sempre nuovi stratagemmi per non lavorare non funziona se sei un freelance. Vuoi rimanere con le mani in mano? Nessun problema, non ci sarà nessun capoufficio che verrà a rimproverarti o a dirti che sei in ritardo con quel che devi fare. Il rovescio della medaglia è che nemmeno compariranno magicamente dei soldi sul tuo conto corrente!

Proprio l’assenza della figura quasi paterna (o materna) del capo che guida eroicamente i propri dipendenti e che si fa carico di responsabilità maggiori di fronte ai superiori è la croce e delizia del libero professionista. Perché se è vero che il più delle volte è una gran liberazione quella di non dover rendere conto a nessuno delle proprie azioni, è anche vero che è facile lasciarsi andare ad abitudini che mal si sposano con una gestione del tempo ottimale. Crogiolarsi nel letto al mattino per ore è il nemico pubblico numero uno, soprattutto se come me hai un gatto che non fa altro che dormire tutto il giorno e che ti da l’impressione di aver capito tutto dalla vita…

Per fortuna ci sono milioni di ottimi motivi per alzarsi dal letto al mattino, ma i pericoli di perdere tempo come un rubinetto che sgocciola sono sempre dietro l’angolo. Per chi, come me, lavora molto con un computer collegato ad internet, è facile lasciarsi andare a piccole pause del tipo “ok, do solo un’occhiata veloce a questo sito”, pause che poi possono moltiplicarsi facilmente trovando un campo fertile in frasi del tipo “solo qualche minuto per leggere l’edizione on-line del giornale, del resto non ho la TV e non voglio rimanere fuori dal mondo”. Insomma, se abbassate la guardia siete persi. D’altronde lo stesso termine “freelance” deriva dall’inglese medievale “free-lance”, che stava a indicare i soldati mercenari al soldo di un signore. Il primo a usare questo termine fu Sir Walter Scott nel suo Ivanhoe, e se dalla prima edizione sono passati quasi duecento anni, le cose non sono cambiate poi molto.

Cosa fare dunque affinché il tempo non ci scappi via senza rimedio? Il web è pieno di istruzioni su come gestire il proprio tempo, su come realizzare delle liste efficaci, su come discernere tra impegni importanti e secondari, su come utilizzare le nuove tecnologie per aiutarci a ricordare impegni e appuntamenti, ecc. Tutti ottimi consigli, ma parlando per luoghi comuni, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e se la strada per l’inferno è lastricato di buone intenzioni è anche vero che non sempre queste istruzioni possono andare bene per tutti.

Personalmente ho provato diverse soluzioni, fino a trovare quella ad hoc per me e le mie necessità, e che è comunque in costante aggiornamento, ed è basata proprio sulla motivazione che posso ricevere dal trattenere più tempo possibile per me stesso, al di fuori del mio lavoro. Una delle cose che trovavo più frustranti quando lavoravo come lavoratore dipendente era proprio la rigidità degli orari e l’impossibilità di poter lasciare prima l’ufficio svolgendo rapidamente il mio lavoro. Lavorando come freelance ho questa possibilità, anche se appunto l’ostacolo principale è quello di lottare contro distrazioni, pigrizia o cattive abitudini. Rimanere concentrati, anche quando si sta magari facendo un lavoro noioso, è fondamentale per poter ottimizzare i tempi, anche perché ti pone di fronte a due splendide opportunità. Se quello che vuoi è guadagnare di più, avrai più tempo per gestire altro cliente; mentre se desideri avere più tempo per te (per andare al cinema, per fare dello sport, per giocare con il tuo gatto… per qualsiasi ragione, insomma) sarai ugualmente senza lasciarti distrarre dalle mille tentazioni che la libertà di un lavoro da libero professionista ti regala.

L’importante è comunque non perdere mai di vista la qualità della vita, soprattutto se svolgi una professione da libero professionista proprio per poter essere padrone del tuo tempo e non schiavo. E tu, come gestisci il tuo tempo?

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